Entrare in palestra o nel Dojo con lo spirito giusto

Dare il meglio di sé, entrare con lo spirito giusto

Di Daniele Trevisani – Fulbright Scholar, esperto in Potenziale Umano, Psicologia e Formazione, nel campo Aziendale e nelle  Arti Marziali e di Combattimento. Sensei del Sistema Daoshi http://daoshi.wordpress.com/ – Gruppo Facebook Praticanti di Arti Marziali e Sport di Combattimento in Italia

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© Articolo elaborato dall’autore, con modifiche, dal volume “Il Potenziale Umano” di Daniele Trevisani, Franco Angeli editore, Milano. Approfondimenti del volume originario sono disponibili anche al link www.studiotrevisani.it/hpm2

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Il significato di un uomo non va ricercato in ciò che egli raggiunge, ma in ciò che vorrebbe raggiungere.

(K. Gibran)

Chi si occupa di potenziale umano e di performance con fini professionali ha in mente sicuramente traguardi veri e forti di miglioramento, per sé e gli altri. Se così non fosse saremmo veramente fuori strada. Chi svolge questo tipo di missione con fare burocratico o apatico, o solo per se stesso, ne stravolge realmente il senso.

Ne deforma il senso anche chi confonde le performance di superficie (più eclatanti ed evidenti) con le performance profonde (crescita personale, evoluzione spirituale), e investe solo sule prime e poco sulle ultime. Un esempio pratico: allenare un atleta solo a colpire o a diventare più forte, creando un esaltato, senza chiedersi se sta crescendo soprattutto come persona e come maturità.

Facciamo un altro esempio pratico rispetto al coaching educativo e al ruolo di un learning coach. Far sì che un ragazzo/a dia il meglio di sé nella scuola o università è il motore morale corretto, e soprattutto che trovi equilibrio tra studio e attività fisica, senza scompensi che lo danneggino nel lungo termine. Essere i primi della classe ma non amare lo studio è pura distorsione.

Le società iper-competitive che premiano solo chi arriva in alto, chi primeggia, i vincenti forzati , creano mostri. Confondono il contributo con la posizione. La domanda che qualcuno, al termine dei nostri giorni, dovrebbe porci, non è “dove sei arrivato”, ma “a cosa hai contribuito veramente”?

Questo è un nuovo metro di misura da adottare. Per un manager, per un trainer, per un politico, per un ricercatore, e per ogni essere vivente, vivere a pieno non significa “smarcare” le proprie giornate arrivando a sera in qualche modo. Significa assumersi in pieno il ruolo di “contributori”.

Dare il meglio di sè non equivale a primeggiare. Significa invece essere parte di un ideale, e concretizzarlo in piccoli cambiamenti di atteggiamento.

Nello studio, non sarà il singolo voto a contare, ma l’avvio di un nuovo atteggiamento di amore verso lo studio o verso una materia. Sarà un nuovo senso di sfida positiva, o il piacere dell’apprendere, a dirci se siamo o meno sulla strada giusta. Ancora una volta: dare il meglio di sé non è studiare per il singolo voto ma studiare per apprendere.

La pura performance (il voto), è secondaria, è una cartina di tornasole di cosa succede dentro, ma non è il dentro, e, addirittura, se fosse regalato o frutto di copiatura non ci direbbe niente sullo stato di avanzamento della persona. Proponiamo questa libera riflessione di Madre Teresa di Calcutta, come stimolo di riflessione, aperto sia a critiche che apprezzamenti:

Il meglio di te

L’uomo è irragionevole,

illogico, egocentrico:

non importa, amalo


Se fai il bene,

diranno che lo fai

per secondi fini egoistici:

non importa, fa’ il bene.


Se realizzi i tuoi obiettivi,

incontrerai chi ti ostacola:

non importa, realizzali.


Il bene che fai

forse domani verrà dimenticato:

non importa, fa’ il bene.


L’onestà e la sincerità

ti rendono vulnerabile:

non importa, sii onesto e sincero.


Quello che hai costruito

può essere distrutto:

non importa, costruisci.


La gente che hai aiutato,

forse non te ne sarà grata:

non importa, aiutala.


Dà al mondo il meglio di te,

e forse sarai preso a pedate:

non importa, dà il meglio di te.


Queste parole non sono vuote, possono essere concretizzate.

Coach e formatori impegnati e seri lavorano per rendere concreta l’espressione di sé e dei potenziali.

Un coaching analitico ricerca la crescita della persona e non la crescita di un lato della persona a scapito dell’equilibrio complessivo. Spremere un frutto e gettarlo non è il nostro fine. Il nostro fine è coltivare la pianta.

Dare il meglio non significa bruciare se stessi o gli altri, spremersi sino a distruggersi. Anche in un coaching sportivo vale lo stesso principio. Operare per rendere un atleta una persona d’onore, seria, impegnata, continuativa, deve essere il motore psicologico di un coach sportivo. Vincere una stagione e bruciarla per il resto della vita non è coaching, è uccidere la persona.

Lo stesso nel TeamCoaching. Fare di una squadra un gruppo con dei valori e degli ideali, un gruppo che quando va in campo dà il meglio di sé, un gruppo che vuole esprimersi ed essere sempre orgoglioso di come ha giocato e dello spirito che ha, è lo scopo di uno team-coach.

Stesso discorso sul piano aziendale. Un coach aziendale, un formatore o consulente serio, puntano alla realizzazione delle potenzialità (nel coaching manageriale). O, nel lavoro sulla leadership, avremo successo quando un leader smette di fingere a se stesso e agli altri, procede verso una direzione di autenticità e maturità prima di tutto come persona.

Nella consulenza, avremo obiettivi diversi, come il trovare nuovi equilibri solidi, e non necessariamente aumenti di fatturato “di facciata”, se possono nascondere drammatiche crisi di solidità aziendale vera.

Ed ancora, un formatore aziendale non è felice solo per come finisce la giornata formativa, ma per lo spirito che lo anima, e con cui entra: si entra nell’aula con anima combattiva (o missionaria), voglia di incidere, creare pensiero e crescita.

Lo stesso vale per un istruttore che entra in palestra o nel Dojo: con che spirito entri? Te lo sei mai chiesto? Te lo devi chiedere ogni giorno. Ogni volta. Cosa voglio dare oggi, cosa voglio far crescere oggi nei ragazzi? Questa domanda ti deve penetrare l’anima in ogni singolo allenamento.

Questo significa aiutare il gruppo che ha davanti a sè a riflettere su come pensa e come lavora, fargli fare esperienze impattanti ma soprattutto utili, portargli stimoli e concetti che allargheranno il loro patrimonio professionale o ne rimuovano incrostazioni.

Un trainer serio non si accontenta di “smarcare” una giornata, dire o fare qualsiasi cosa faccia divertire il pubblico e gli dia punteggi elevati sulle “valutazioni” di fine corso.

Per far emergere il meglio delle persone bisogna anche essere disposti ad andare controcorrente, a rischiare, a difendere un concetto in cui crede.

Un ulteriore commento: dare il meglio di sé è un atteggiamento che si può apprendere, è stimolabile e generabile tramite un buon modeling, e fare da esempio agli altri, ove possibile, è una nostra precisa responsabilità.

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Note sull’autore: il dott. Daniele Trevisani (www.danieletrevisani.com), Fulbright Scholar, consulente in formazione aziendale e coaching (www.studiotrevisani.it) e praticante di oltre 10 diverse discipline, è inoltre Maestro di Kickboxing, Sensei (8° Dan DaoShi® Bushido), formatore di atleti e istruttori di Muay Thai, Kickboxing e MMA.

Formatore e ricercatore in Psicologia e Potenziale Umano, è consulente NATO e dell’Esercito Italiano. Laureato in Dams-Comunicazione, è inoltre Master of Arts in Mass Communication alla University of Florida.

Insignito dal governo USA del premio Fulbright per i propri studi sulla comunicazione e potenziale umano. Ha realizzato docenze in oltre 10 Università Italiane ed estere, ed è il tra i principali esperti italiani nella ricerca sul potenziale umano, nella formazione di manager, di istruttori e trainer per le discipline marziali e di combattimento.

Autore: Fabio Trevisani

Sono Fabio Trevisani, laureato in Scienze Motorie all'università di Padova e formato con un percorso di Coaching e Counseling presso UP STEP. Mi occupo di attività motoria e tutoring per ragazzi con disabilità intellettivo-relazionale e cognitivo-motoria. Sono un allenatore di calcio, preparatore atletico e personal trainer per attività motoria preventiva e compensativa. Seguo squadre agonistiche in varie discipline come preparatore atletico.

2 pensieri riguardo “Entrare in palestra o nel Dojo con lo spirito giusto”

  1. Salve sig. Daniele Trevisani mi chiamo Luca e sono un ragazzo di 26 anni. Desideravo comunicarle che ho trovato ciò che ha dichiarato davvero molto interessantè. Da parecchi anni sono sempre stato affacinato dall’attività fisica ed in particolare dalle arti marziali alle quali un pò per paura di inserirmi in un contesto che diconosco come un dojo, un pò per l’imbarazzo della scelta su quale arte praticare e un pò anche perchè il cinema di arti marziali mi ha inviato un messaggio distorto su queste discipline e anche per paura di imbattermi come ha suggerito lei in qualche “esaltato”, ho fatto si che questa passione non si sviluppasse in maniera concreta è ho posticipato per un paio d’anni. Ora, premetto che non ho la pretesa di diventare un agonista, i motivi per cui voglio cominciare questo percorso sono i seguenti:
    1) studiare la storia e le peculiarità della discipline cominciando con l’arte che mi attira di più
    2) tenere corpo e mente allenati dopo tanti anni di totale inattività fisica
    3) perchè sono molto affascinato dall’eleganza con qui viene mosso il corpo e imparare bene a concentrarmi in tutte le azioni che compio duranta la giornata
    4) per aumentare la mia sicurezza psicofisica
    5) soffro di una fortissima ipertensione e ansia da parecchi anni e vorrei imparare a dominarli.
    Detto ciò volevo porle una domanda. Avendo già ragiunto un’età per cosi dire “avanzata” è possibile che col tempo (anche sottoponendomi ad allenamenti durissimi e senza sforzare il fisico più del dovuto) riesca a sciogliermi anche se non totalmente ma tanto quanto basta, proprio l’indispensabile i muscoli di tutto il corpo e rafforzare ugualmente il mio sistema scheletrico anche tenedo in considerazione che ho ormai il fisico formato e sviluppato? e quali sono i requisiti perche assimili l’arte velocemente ma senza fretta? Lo spirito giusto con cui vanno praticate ossia ,passione, costanza, volontà, pazienza, rispetto per il proprio sensei (o sifu a seconda dell’arte che deciderò di praticare) e i miai compagni di dojo? . Ripeto che il mio intento non è diventare un campione anche se non posso assolutamente negare che sono interessato a raggiungere i miei buoni e personalissimi risulatati. Un caloroso saluto Luca

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