Manifesto di libertà

Liberarsi dalle catene

Le idee che non passano il setaccio della visione di sè e della visione sociale assorbita escono dalla nostra vita, i sogni più visionari e sfidanti raramente passano il filtro interiore e lo schema dominante nella propria cultura.

Le culture spesso diventano sistemi per instillare paure, piuttosto che strumenti per liberare dalla paura. Come evidenzia il grande pensatore americano Ralph Waldo Emerson:

Per imparare le lezioni importanti nella vita ogni giorno bisogna superare una paura.

Superare una paura ogni giorno sarebbe stupendo. Ma basta anche solo tenersi allenati, ogni giorno, a fare cose che hanno senso e non faremmo se ci lasciassimo andare.

Ad esempio, personalmente ho sperimentato un certo periodo nel quale mi dava abbastanza fastidio fare telefonate commerciali o lavorative, e preferivo concentrarmi sullo studio o sulla scrittura. Con un mio micro-progetto personalissimo che ho chiamato “1 call x day” (tanto per dare un’etichetta), ho deciso di fare almeno una telefonata al giorno di lavoro per tenere semplicemente allenati i muscoli della “relazione lavorativa commerciale”. Questo progetto mi ha permesso di non scivolare in una condizione di isolamento, richiede solo 10 minuti al giorno, ma contiene in sè un grande lavoro auto-allenante, che non è da confondersi con il “farsi violenza”. Se il fine ultimo è buono e positivo, il lavoro fuori dalle comode recinzioni di quello che ci piace fare è positivo e allenante.

Lo stesso vale per la decisione di fare ogni giorno qualche attività fisica, o qualche lettura, o altre azioni di sviluppo che non faremmo se ci abbandonassimo al lassismo personale e abbandonassimo qualsiasi tipo di sfida.

Molti genitori, in culture che hanno avuto forti pressioni culturali comuniste ortodosse, accentratrici, o rurali, si dispererebbero all’idea stessa che il proprio figlio aprisse una attività in proprio, anche semplicemente un bar, e lo preferirebbero molto più come tranquillo impiegato statale. Per farlo instillano sin dalla precoce età ogni tipo di paura su qualsiasi possibile devianza dal corso familiare e degli eventi che non sia standard. Lo stesso vale per i viaggi, le persone da frequentare, gli sport da fare, le amicizie da costruire o evitare, o il semplice fatto di tentare strade nuove.

Limiti e pressioni ci entrano dentro sino a confondersi con il nostro Sè.

Questa pressione trasuda come aspettativa e permea il vissuto personale, quelli che riescono a disfarsene e schermarsi sono pochi, davvero pochi.

I progetti fanno sempre i conti con questa lettura parziale, inconscia, deformata, e mutilata, delle nostre possibilità. Per questo tante persone vivono vite chiuse, ridotte, amputate, impoverite.

I loro contributi agli altri e all’umanità, o alle aziende per cui lavorano, ne soffrono altrettanto. Ci troviamo quindi con madri, padri e insegnanti, manager, che inculcano involontariamente ai bambini e ai collaboratori enormità di handicap culturali, e fabbricano persone che vivono a metà, o – in azienda – manager psicologicamente e culturalmente amputati, fisicamente svuotati, mentalmente ripieni di credenze che non reggono ad un minimo esame logico, moralmente inaciditi e aridi, cactus morti da decenni, di cui si rimangono solo gli aculei.

Ci troviamo con persone di qualsiasi età che smettono di credere in qualcosa, e muoiono dentro, giorno dopo giorno. Per alcuni aumenta il cinismo, il massimo godimento diventa vedere che anche gli altri stanno male, o che c’è qualcuno che in fondo sta peggio, passare qualche ora sul divano ad anestetizzare il residuo di mente che ancora funziona con una dose di programmi televisivi commerciali o riviste di gossip.

Le mosse diventano soprattutto difensive, mai dirette verso la scoperta di nuova luce. I rari risvegli di coscienza vengono bloccati poiché dolorosi.

Le performance non valgono solo per quanto producono esteriormente, ma come scusa o occasione preziosa per analizzare come funzioniamo e come migliorarci.

È urgente trovare metodi per migliorare la precisione e il funzionamento del monitor interiore, avere un metodo che permetta una lettura di se stessi o degli altri più chiara, per far emergere lo stato reale delle cose, delle energie e competenze attuali e potenziali e lavorarci, anziché abbandonare i propri sogni e ideali.

I blocchi o colli di bottiglia che ci limitano, quanto scovati, possono essere affrontati, demoliti, o ridotti. Le energie possono essere amplificate. Le competenze possono essere costruite. Vogliamo lavorare ad un metodo che aiuti a capire i potenziali nascosti, far crescere energie e competenze per raggiungere nuovi scopi, e mettere le persone in grado di raggiungere i propri sogni e ideali.

Il tema, infatti, tocca sia la crescita di ogni individuo, che lo sviluppo del pieno potenziale dei manager, o degli atleti, dei giovani e di chiunque aspiri a lavorare sul proprio essere.

Lavorare ad un metodo nuovo per lo sviluppo del potenziale umano, del potere personale, delle energie individuali, è una sfida entusiasmante.

Daniele Trevisani

Autore: Fabio Trevisani

Sono Fabio Trevisani, laureato in Scienze Motorie all'università di Padova e formato con un percorso di Coaching e Counseling presso UP STEP. Mi occupo di attività motoria e tutoring per ragazzi con disabilità intellettivo-relazionale e cognitivo-motoria. Sono un allenatore di calcio, preparatore atletico e personal trainer per attività motoria preventiva e compensativa. Seguo squadre agonistiche in varie discipline come preparatore atletico.

3 pensieri riguardo “Manifesto di libertà”

  1. Molto interessante la tua riflessione ! E’ un pericolo reale e costante, che sento molto, “morire dentro” rinunciando ai propri ideali, sogni e perfino hobby creativi…Travolti dalla vita lavorativa-familiare frenetica, dai “doveri”…Il concetto di “dovere” di per sé è una delle “gabbie”, un limite tramandato ad esempio dalla famiglia e dalla società…E’ importante ricordare di concedersi sempre una “coccola”, quotidianamente, che sia del tempo per sé stessi per fare quel che ci piace, che sia uno sfizio (anche consumistico, tipo un regalino a sé stessi). Se non c’è creatività dentro di noi, siamo svuotati, abbruttiti. Lo scorso aprile ho fatto una conoscenza sull’aereo, in un viaggio di lavoro: era una signora del comasco che mi ha parlato della sua associazione, dove un’equipe di esperti neuropsichiatri, neurologi e logopedisti ha scoperto come il cervello si mantiene meglio in tarda età grazie alla creatività e come si risolvono problemi gravissimi di afasie grazie alla stessa…Se ne parla tanto negli ultimi anni, ma questi racconti di esperienza vissuta fanno molta impressione…Mi piace molto l’idea dell’allenamento, sembrerebbe (scusa se magari sto travisando) a cercare di spostare nello spazio di volontà anche i doveri che a volte risultano sgradevoli. Sicuramente il mio commento-riflessione è riduttiva, io parlo delle cose più pratiche della vita di tutti i giorni, senza toccare il tema dei limiti più profondi che ci portiamo dentro, che ci sono stati inculcati. Ma sono conscia della loro importanza.

  2. oltre a essere molto d’accordo, trovo bella ed efficace la formulazione.

    fabrizio

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